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15-08-2018 - ore 11:20

L'Albano festeggia il mezzo secolo

Lunedì sera l'Asd Albano Calcio ha riunito, presso lo stand della "Festa dello Sport" allestito al centro sportivo comunale, tutti i giocatori ed i dirigenti della stagione 2016/17 per festeggiare il traguardo del mezzo secolo di attività. A fare gli onori di casa il presidente Diego Avanzato, che ha premiato con una targa ricordo i colleghi che lo hanno preceduto a capo del sodalizio (presenti la moglie del compianto Tranquillo Terzi, Federico Milesi, Giampietro Micheletti, Gianni Mazzucchetti, Fiorenzo Marnini e Fabio Salvi). A tutti i partecipanti è stato poi consegnato un opuscolo che raccoglie i passaggi più significativi dei cinquant'anni di storia biancazzurra, di cui pubblichiamo l'introduzione.

Ad Albano il calcio ufficiale compie quest’anno mezzo secolo, di cui quarantanove di effettiva attività agonistica. Nella stagione 2005/06, infatti, dopo due accattivanti campionati di Serie D e dopo la migrazione a Crema di Bergamelli e company, con la cessione del titolo sportivo al Cenate Sotto, per un anno il paese rimase orfano della prima squadra iscritta ad un campionato Figc, tant'è che venne immatricolata, nel luglio 2006, la nuova società Asd Albano Calcio, lasciando alle spalle delusioni e rimpianti per l’inopinata pausa forzata, ma custodendo ugualmente con avidità i ricordi dei quarant’anni precedenti. Quindi, a voler essere pedanti, non è l'Albano Calcio, intesa come società, a dover spegnere le cinquanta candeline, bensì l'attività pedatoria albanese intesa nel suo complesso. Una precisazione, questa, tuttavia ininfluente rispetto ad un movimento calcistico che ha sempre saputo mantenere la stessa identità associativa, indipendentemente dalle denominazioni (quattro), che ne hanno costituito la sua evoluzione storica, o da chi fossero gli attori principali che si sono alternati nel tempo al timone del sodalizio biancazzurro. Una puntualizzazione, peraltro, che verrebbe smentita da una più minuziosa analisi documentale se dovessimo dilatare l'origine addirittura al periodo in cui si giocava sul campetto a sette dell’oratorio, prima che la roggia Borgogna fosse ricoperta per rendere omologabili le dimensioni del terreno di gioco e poter finalmente disputare il primo campionato ufficiale di Terza categoria, appunto nella stagione 1966/67. Però, quando si parla di calcio ad Albano, giustamente nessuno fa distinzioni tra una società e l’altra, tra Polisportiva Oratorio (denominazione iniziale), o semplicemente Polisportiva; oppure tra Nuova Albano o Albano Calcio. Nella percezione collettiva, rimane un’unica società, e poco importa dell’interruzione di dieci anni fa, che spezzò la continuità e impose la nascita di un’entità nuova. Ugualmente persiste l’estensione con il passato e allora è giusto celebrare la ricorrenza abbracciando l’intero ciclo pallonaro.

Dalla prima gara ufficiale di una squadra biancazzurra, sono dunque trascorsi cinquant’anni e, in confidenza, si avvertono tutti. Per chi ha vissuto intensamente nella società la maggior parte di questo lungo periodo, il tempo impietoso miete ricordi osservando i compagni di squadra di un tempo, ormai incanutiti, che assistono in tribuna le partite dei nipoti. Nonni che avevano vestito la stessa maglia, percorrendo l'obbligato cammino del settore giovanile, per poi approdare in prima squadra, in quella Terza Categoria che allora era la massima ambizione per i ragazzi albanesi, sebbene, vista con gli occhi odierni, constatiamo quanto, in quella competizione, fosse grezza la tecnica e quanto rude fosse l’agonismo espresso, costruito sul gioco cosiddetto alla “viva il parroco”. Dopotutto, citando Muhammad Ali, “un uomo che a cinquant'anni vede il mondo come lo vedeva a venti, ha sprecato trent'anni della sua vita”.

Rispetto ad oggi, tuttavia, trapelava il senso di appartenenza, e forse perché il calcio non era ancora merce televisiva, dietro la recinzione si assiepavano numerosi i sostenitori della squadra. Ecco, il pubblico: era il vanto della società, seguita con calore anche nelle trasferte e che per quantità avrebbe fatto impallidire l’affluenza nell’avvicendamento con la Serie D.

Per anni si è giocato sul campetto dell’oratorio. Per il primo mese di campionato il terreno mostrava ancora qualche superbo ciuffetto d’erba e nell’immaginario farneticante di quei tempi, sembrava di giocare su un tappeto da biliardo. Poi anche le cicorie sparivano, per lasciare spazio ad un’aridità desolante. Per prosciugare le piogge autunnali, si soleva cospargere il terreno di ghiaia, per la disperazione del portiere di turno che ad ogni tuffo si sbucciava i fianchi, lasciando sul terreno frammenti umani del suo epico intervento, nella speranza di rimarginare le lacerazioni entro la domenica successiva, per concedere suo malgrado il bis.

E’ singolare come aneddoti di quei tempi pioneristici affiorino con maggior lucidità in modo inversamente proporzionale alle primavere che sfuggono implacabili. Sul campetto dell’oratorio giunse la prima promozione, dopo averla spesso sfiorata ed aver mancato più volte il ripescaggio per quei dannati pochi metri che difettavano alla regolare lunghezza del campo richiesta per la categoria superiore. Sono tanti i ricordi legati a quel rettangolo di gioco, come i tornei notturni estivi che richiamavano spettatori da tutta la provincia e con un’affluenza, la serata delle finali, che raggiunse anche le millecinquecento presenze: una libidine per noi organizzatori che dovevamo far quadrare i conti! Tra le reminiscenze, una piazza d’onore la occupa sicuramente l’unico calciatore dell’Albano che ha raggiunto la Serie A: Rolando Bianchi. Iniziò con i Pulcini biancazzurri la sua carriera e, avendolo arbitrato nelle gare interne come dirigente della squadra ospitante, ne ricordo la potenza fisica che gli consentiva di aprire brecce nelle impaurite difese avversarie, vergando reti a ripetizione. L’Atalanta lo osservò più volte ed il conseguente successivo passaggio ai colori nerazzurri riempì di fierezza l’Albano. Non fu, comunque, il primo importante “affare” della società. In precedenza fece scalpore il passaggio di proprietà al Leffe, terzo sodalizio per rilevanza sportiva della provincia dopo Atalanta e Romanese, di due giovani promettenti: Marco Biava, portiere, e Pierdanilo Nembrini, centrocampista. Fu il primo rilevante contratto albanese, concluso dal presidente Federico Milesi con Maurizio Radici, patron della squadra seriana.

Nell’estate del 1986 venne organizzata la ricorrenza del “Ventennale” della Polisportiva, con una mostra fotografica, un torneo di calcio amatoriale ed una corsa podistica a cronometro: dall’oratorio sino alla chiesetta di San Giorgio. La chiusura dei festeggiamenti si tenne nel cine-teatro con il riconoscimento del miglior giocatore che aveva vestito i colori biancazzurri nel corso dei vent’anni di attività. Il “referendum” a scrutinio segreto premiò Giuseppe Mangili, che sicuramente avrebbe meritato un curriculum calcistico più importante se, oltre all’indubbia bravura, fosse stato assistito anche da un pizzico di fondoschiena.

Dall’anno precedente, nella stagione 1985/86, dopo ben tre stagioni durante le quali aveva mutuato ospitalità a Tribulina di Gavarno e a Brusaporto, la prima squadra era rientrata tra le mura amiche, presso il nuovo centro sportivo inaugurato a maggio del 1985. Da qui comincia lentamente a maturare l’esigenza di adeguarsi ad una realtà sinora abiurata, sebbene già insinuatasi nel panorama calcistico provinciale, ed è la “tangibilità” delle prestazioni. Arrivi e partenze di calciatori sono sempre più frequenti, mentre si susseguono gioie e dolori, tra promozioni e retrocessioni. Nel 2001 Stefano Bergamelli diventa presidente e l’Albano, calcisticamente dissertando, vive il suo momento di maggior gloria, aggiudicandosi i campionati di Promozione (ai play-off) e di Eccellenza (con la parentesi della Coppa Lombardia di categoria: gol di Noris nella finale contro il Lecco allo stadio Brianteo di Monza), raggiungendo la “serie A” dei dilettanti, che vedeva allineate soltanto due formazioni bergamasche (Albano e Uso Calcio). Una categoria, insomma, non inflazionata come l’attuale e con uno spessore tecnico indubbiamente più consistente. Quanti calciatori noti approdarono alla corte albanese durante le due stagioni in Serie D. Il primo “colpo” fu il giovane portiere juventino Capodici, con il sottoscritto e Massimo Iemmi che si recarono nella sede torinese per ritirare il trasferimento firmato dal direttore generale Luciano Moggi; poi i calciatori ex Serie A Oscar Magoni e Aladino Valoti a chiudere invece l’ultima stagione dell’era Bergamelli.

Tradita dal suo “magnifico”, l’Albano pallonara rimase un anno senza società, per ricominciare dalle ceneri con Fabio Salvi e proseguire ora con Diego Avanzato. E’ proprio lui, Avanzato, il traghettatore. Lo fu per alcuni anni prima dell’arrivo di Bergamelli, e durante vi rimase come vice, per raccogliere nuovamente il testimone in queste ultime stagioni. Traghettatore, ma soprattutto salvatore. Se l’Albano festeggia oggi il mezzo secolo di vita, noi biancazzurri quasi di primo pelo, ma un po’ tutte le generazioni successive che per lunghi o brevi periodi hanno militato nella società, dobbiamo essere grati al suo coraggio (ce ne vuole molto per presiedere una società di calcio al giorno d’oggi!) perché, se ci siamo ora adagiati sulle memorie che impone la ricorrenza, dinnanzi cogliamo quantomeno la speranza del futuro.

Gilberto Foresti